Notizie: FIMIV, un codice identitario per le Società di Mutuo Soccorso

Dal notiziario Fimiv, numero del 18 aprile 2015, pag. 1

UN CODICE IDENTITARIO PER LE SOCIETÀ DI MUTUO SOCCORSO
Si riporta di seguito la presentazione del “Codice identitario delle società di mutuo soccorso” e in allegato il documento approvato dalla Direzione Fimiv del 19 marzo 2015. Il Codice rappresenta la Carta dei valori e degli elementi distintivi delle Società di mutuo soccorso aderenti alla Federazione: il documento andrebbe adottato formalmente dai Consigli di amministrazione dei Sodalizi e divulgato al loro interno.

Il testo completo del Codice è allegato in fondo al notiziariodi aprile che può essere scaricato dalle pagine del sito Fimiv o attraverso questo link ===> CODICE.

Se ne raccomanda un’attenta lettura critica, in particolare dei seguenti passaggi:

  • punto 2, Ambiti di attività
  • punto 3, voce Gestione mutualistica (autogestione, mediata)

Naturalmente, essendo questo uno spazio comune a tutte le Società di SOMS Insieme, mi astengo da ogni commento personale, sia sulla parte etica, sia sulla parte storica, sia sulla parte “tecnica”.

Daniele

Storie: Toro Seduto e la mutua

Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi, Giuseppe Garibaldi…
Nella storia delle Società di Mutuo Soccorso, non solo italiane od europee, i loro nomi rappresentano una costante che affolla documenti, verbali, resoconti, aneddoti, episodi veri o inventati di sana pianta. Difficilmente qualcuno potrebbe sorprendersi nel leggere, ad esempio, che Garibaldi e Mazzini furono rispettivamente il primo presidente effettivo ed il primo presidente onorario della Società Operaia Italiana di Mutuo Soccorso in Costantinopoli.
Certo, nomi come quelli di George Armstrong Custer e di Ta-Tanka I-Yotank, alias Toro Seduto, qualche sorpresa in più potrebbero destarla. Eppure, anche il famoso comandante del 7° cavalleggeri e il leggendario capo e sciamano degli Hunkpapa, sebbene indirettamente, hanno trovato un posto nella storia del movimento mutualistico internazionale.

Nel 1874, quando sulle Black Hills fu scoperto l’oro, la regione venne letteralmente invasa dai cercatori. In poco più di un anno, furono circa 15.000 i disperati che violarono i confini della Grande Riserva Sioux. Inizialmente, l’esercito statunitense provò con scarsi successi ad espellere i cercatori. Successivamente, il governo tentò di riaprire le trattative con Nuvola Rossa e Coda Chiazzata, offrendo sei milioni di dollari per l’acquisto dei territori o, in alternativa, un affitto di 400.000 $ l’anno. Le tribù rifiutarono e a Washington si decise di approfittare di una situazione che diventava sempre più caotica per ricorrere alla forza. L’ordine per tutti i nativi della regione fu di recarsi nelle agenzie della Grande Riserva Sioux entro la fine di gennaio 1876, altrimenti sarebbero stati considerati ostili. L’ultimatum era chiaramente assurdo: le difficoltà di viaggiare durante l’inverno per le tribù nomadi erano enormi e, inoltre, furono in molti a non ricevere mai quell’avvertimento.

Dopo una deludente campagna invernale, che non portò ad alcun risultato, l’esercito statunitense avviò una campagna estiva più decisa. Tra la fine di marzo e quella di maggio, tre colonne, guidate dal colonnello Gibbon, dal generale Terry e dal generale Crook mi mossero verso la regione a nord-est delle Bighorn Mountains, a sud del fiume Yellowstone. I comandanti ritenevano di dover fronteggiare solo le bande che non accettavano la riserva e vivevano in maniera nomade tutto l’anno, dai 500 agli 800 guerrieri in tutto. All’inizio dell’estate, però, molti di coloro che avevano passato l’inverno nelle agenzie delle riserve, stavano raggiungendo i territori contesi per cacciare, come credevano fosse loro diritto. Quando le colonne arrivarono nella zona prefissata, il numero dei nativi da considerare ostili era salito ad alcune migliaia.

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Il 17 giugno, la colonna di Crook fu attaccata dagli Sioux e dai Cheyenne guidati da Cavallo Pazzo e fu costretta a ritirarsi. Quattro giorni dopo, le forze di Terry, tra cui si trovava anche il 7° Cavalleggeri di Custer, incontrarono sullo Yellowstone la colonna di Gibbon. Le informazioni raccolte indicavano che le tribù si stavano radunando nella valle del Little Bighorn e Terry organizzò le operazioni di conseguenza, mandando Gibbon lungo l’affluente dello Yellowstone e Custer a risalire il corso del Rosebud. Dopo aver intercettato le piste delle bande, avrebbero dovuto aggirarle e posizionarsi in modo da consentire alla cavalleria di Custer di attaccare e alla fanteria di Gibbon di bloccare loro la ritirata.

Gli ordini consegnati a Custer, però, erano formulati in modo da consentirgli una certa autonomia di azione. Dopo le polemiche, le accuse e la sospensione seguite al massacro del villaggio Cheyenne di Caldaia Nera (Washita, 27-11-1868), l’ambizioso tenente colonnello voleva una grande vittoria contro i nativi. Gli squadroni del 7° Cavalleggeri si mossero così in maniera completamente autonoma e staccata dal resto delle truppe statunitensi.

Little Bighorn: tre giorni prima della battaglia

Little Bighorn: tre giorni prima della battaglia

Il 25 giugno 1876, dopo aver più volte suddiviso le proprie forze, Custer attaccò i sei campi tribali riuniti nella valle del Little Bighorn, dove si stima fossero riuniti circa 12.000 nativi, tra Cheyenne settentrionali, Lakota, Dakota e Arapaho, guidati da Tore Seduto e Cavallo Pazzo. Il combattimento non durò più di venticinque-trenta minuti e si concluse con una disfatta totale. Tra i cavalleggeri statunitensi ci furono 258 morti, 3 dispersi e 52 feriti. Degli uomini che componevano i 5 squadroni condotti all’attacco da Custer si salvarono solo in due: uno scout indiano sopravvissuto al combattimento e un trombettiere italiano, tal Giovanni Martini, che Custer inviò al capitano Benteen con una richiesta di aiuti, prima che lo scontro avesse inizio.

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Le conseguenze, dirette e indirette,  della disfatta di Custer a Little Bighorn, naturalmente, furono numerose. L’esercito statunitense non era mai andato incontro ad una sconfitta di quelle proporzioni. Negli anni delle “Guerre Indiane”, quando un soldato statunitense moriva, era consuetudine che i commilitoni organizzassero una colletta per consentire alla moglie e ai figli di ritornare all’est, sotto la protezione dei familiari più stretti, quando c’erano. Dopo Little Bighorn, però, non c’erano commilitoni con cui organizzare una colletta. Cinque squadroni erano stati annientati, altri sei decimati. Senza sopravvissuti, il vecchio sistema di far girare il cappello per raccogliere un fondo di solidarietà non poteva funzionare.

Come diretta conseguenza di una situazione che mai si era venuta a creare in precedenza, il 13 gennaio 1879 fu creata l’Army Mutual Aid Association (AMAA), il cui atto istitutivo fu preparato da un Comitato di Ufficiali dell’esercito presieduto dal tenente colonnello Roger Jones. Oggi, dopo 136 anni, la vecchia AMAA è cambiata, si è trasformata nella American Armed Forces Mutual Aid Association (AAFMAA) e conta oltre 90.000 soci ma ha mantenuto fermo il suo scopo iniziale di “aiutare le famiglie dei soci deceduti  in modo rapido, semplice e sostanziale.”

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Daniele

Storie: Calumet 1913

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Calumet, Michigan, U.S.A.
Oggi è appena un piccolo paese di provincia, 727 abitanti. Nel 1913, però, era un centro minerario di grande importanza, una città con oltre 160.000 abitanti, con tanti, tanti emigrati, che erano arrivati lì non solo dall’Italia ma da tutta Europa. Una città dove c’era anche la “Società di Mutua Beneficenza Italiana”, che aveva sede in un bell’edificio costruito solo qualche anno prima, dopo che la precedente era andata distrutta in un incendio.

A Calumet, il 1913 fu un anno difficile: i minatori, esasperati dalle condizioni di lavoro inumane imposte dalle compagnie minerarie, a luglio erano entrati in sciopero. Uno scontro duro, frontale, uno sciopero di altri tempi. Le richieste riguardavano la sicurezza sul lavoro, la fine del lavoro minorile, un aumento della paga giornaliera a 3 (tre) dollari.
La Calumet&Hecla Copper Mining Company oppose un rifiuto a qualsiasi richiesta, facendo intervenire la Guardia Nazionale con reparti di cavalleria e artiglieria, assoldando spie e provocatori da infiltrare tra gli scioperanti.

Sei mesi senza lavoro portarono molte famiglie verso un Natale senza soldi e con il cibo appena sufficiente a sopravvivere. Per cercare di rendere le feste meno dure, almeno per i bambini, le Ausiliarie della Western Federation of Miners guidate da Anna  Klobuchar Clemenc, decisero di organizzare una grande festa per i più piccoli. Il salone del secondo piano della “Società Mutua Beneficenza Italiana”, meglio conosciuto come Italian Hall, fu preparato e messo a disposizione e fu lì che, la vigilia di Natale, 500 bambini e 200 adulti si ritrovarono riuniti.
Nel bel mezzo della festa, mentre sul palco della Hall una bambina suonava il piano, un uomo che indossava un distintivo della Citizens’ Alliance, un gruppo populista anti-sindacale, aprì improvvisamente le porte d’ingresso al piano terra e cominciò a urlare: “Al fuoco! Al fuoco! E’ un incendio!!!”
Fu subito il caos. Adulti e bambini si lanciarono terrorizzati lungo le strette scale che portavano all’uscita. Quando arrivarono, però, trovarono le porte bloccate dall’esterno. Nella terribile calca che si scatenò per sfuggire ad un incendio che in realtà non esisteva, morirono in 73, tra cui 59 bambini, per la gran parte immigrati finlandesi, ma anche italiani, croati e sloveni.

Più volte, nel corso degli anni, la strage venne messa in relazione alle attività anti-sindacali delle Compagnie Minerarie, ai tentativi di far fallire la festa di Natale nel Salone grande della Società, a ferimenti e pestaggi avvenuti prima e dopo quel tragico evento. Tutto fu però inutile. Le prime inchieste, chiaramente pilotate, non portarono a nulla. In quelle successive, qualche passo avanti venne fatto ma nessun colpevole fu mai identificato e condannato.

Reaper - blog copyIl massacro della Italian Hall, nonostante negli Stati Uniti e in Finlandia abbia ispirato un film, un lavoro teatrale, due documentari e numerosi libri, continua a rimanere una delle tante pagine dimenticate della storia dell’immigrazione italiana, una storia che gli italiani sembrano voler dimenticare del tutto.

Qui sotto il testo di “1913 Massacre” di Woody Guthrie
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Take a trip with me in 1913,
To Calumet, Michigan, in the copper country.
I will take you to a place called Italian Hall,
Where the miners are having their big Christmas ball.

I will take you in a door and up a high stairs,
Singing and dancing is heard everywhere,
I will let you shake hands with the people you see,
And watch the kids dance around the big Christmas tree.

You ask about work and you ask about pay,
They’ll tell you they make less than a dollar a day,
Working the copper claims, risking their lives,
So it’s fun to spend Christmas with children and wives.

There’s talking and laughing and songs in the air,
And the spirit of Christmas is there everywhere,
Before you know it you’re friends with us all,
And you’re dancing around and around in the hall.

Well a little girl sits down by the Christmas tree lights,
To play the piano so you gotta keep quiet,
To hear all this fun you would not realize,
That the copper boss’ thug men are milling outside.

The copper boss’ thugs stuck their heads in the door,
One of them yelled and he screamed, “there’s a fire,”
A lady she hollered, “there’s no such a thing.
Keep on with your party, there’s no such thing.”

A few people rushed and it was only a few,
“It’s just the thugs and the scabs fooling you,”
A man grabbed his daughter and carried her down,
But the thugs held the door and he could not get out.

And then others followed, a hundred or more,
But most everybody remained on the floor,
The gun thugs they laughed at their murderous joke,
While the children were smothered on the stairs by the door.

Such a terrible sight I never did see,
We carried our children back up to their tree,
The scabs outside still laughed at their spree,
And the children that died there were seventy-three.

The piano played a slow funeral tune,
And the town was lit up by a cold Christmas moon,
The parents they cried and the miners they moaned,
“See what your greed for money has done.

Daniele

Alla Società di Sarezzano i burattini della tradizione

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Domenica pomeriggio, nel salone della Società di Mutuo Soccorso di Sarezzano, Emmeci Associazione Culturale ha presentato lo spettacolo di burattini “Paolino e il Po”.

Bellissimi burattini della tradizione per una storia che si dipana in un paese della Bassa, sulle rive del Po, tra argini e boschine, zanzare e cicale, con i personaggi, veri o immaginari, che popolano questi luoghi; c’è il paese, di cui s’intravede l’alto e sottile campanile, la piazza, l’osteria e, magari, nascosta da qualche parte, anche una SOMS.

Soprattutto, però, c’è Paolino, esperto pescatore, che trascorre la vita pacificamente, pescando nelle acque del grande fiume quel che gli basta per vivere, e che dedica amorevoli cure alla sua vecchia barca, la “Sbrisolona”.

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Quella di Paolino è una bella storia, raccontata spostando continuamente i piani del racconto, dentro o fuori, sopra o sotto la “baracca”, usando tecniche diverse di animazione, con la figura del narratore che, con la storia sempre sul filo della corrente, tiene avvinto un pubblico non solo di giovanissimi.

Da un’idea di Massimo Cauzzi
Testo, sceneggiatura e allestimento Walter Broggini e Massimo Cauzzi
Regia Walter Broggini
Burattini e marionette Walter Broggini e Elide Bolognini
Di e con Walter Broggini e Massimo Cauzzi

Daniele&Camillo

Approvato alla Camera il Disegno di legge Delega per la Riforma del Terzo Settore

E’ passato alla Camera, con i voti favorevoli della maggioranza e quelli contrari di Sel e Movimento 5 Stelle (astenuta Forza Italia), il testo del disegno di legge per la riforma del Terzo Settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale. La riforma  è un passo per ridefinire il quadro normativo entro cui trovare uniformità nel gran numero di leggi e norme regionali che riguardano il settore.

Testo coordinato con gli emendamenti approvati.

Daniele